Marx, Schumpeter e la potenza distruttiva del capitalismo.

foxconn

Una delle grandi realtà industriali Cinesi

La nascita del capitalismo causò la morte delle principali istituzioni del mondo feudale: il maniero, il villaggio e la corporazione artigiana.

Le mutazioni politiche, talvolta rivoluzionarie, eclissarono il mondo del Signore e del contadino, la produzione su larga scala e gli effetti della concorrenza nel mondo capitalistico fecero sparire la corporazione artigiana.

La mentalità razionalistica ed utilitaristica del mondo borghese sconfissero definitivamente un mondo feudale fatto di aristocratici privilegiati e di servi della gleba.

Lentamente ma inesorabilmente tutti gli apparati dello stato, monarchico o repubblicano, la Chiesa, l’esercito dovettero fare i conti con i proventi crescenti provenienti dal capitalismo e dovettero adattarsi alla nuova società che il mondo capitalistico stava producendo.

Possiamo ben dire che il capitalismo, ancor più della rivoluzione distrusse il mondo feudale ed aristocratico.

Secondo Schumpeter, che in questo caso sembra condividere Marx, questa capacità di distruzione delle istituzioni sembra rafforzarsi nello sviluppo della società capitalistica, fino a minare le basi stesse della sua esistenza.

Nel suo sviluppo il capitalismo tende infatti a perpetuare l’azione distruttiva nei confronti degli strati inferiori del sistema economico che lo sostiene.

Questo concetto espresso quando ancora non c’erano elementi evidenti che potevano confermarne la veridicità appare ora profetico.

La progressiva concentrazione industriale, la capacità dei grossi gruppi di fagocitare i concorrenti, la sparizione di migliaia di piccole aziende che costituivano il tessuto industriale del nostro Paese sembrano confermare le previsioni del famoso economista.

In pratica l’attuale livello raggiunto dal capitalismo nel mondo, fatto di ciclopiche realtà industriali che mirano all’instaurazione dell’oligopolio, attraverso il meccanismo della concorrenza e la conseguente riduzione dei profitti per le aziende di piccole e medie dimensioni, tendono all’eliminazione degli strati inferiori dell’industria capitalistica.

Schumpeter aggiunge che la borghesia sembrava allora avere scarsa coscienza del problema in quanto: “I profitti derivabili dalla razionalizzazione del processo produttivo e, specialmente, alla riduzione dei costi nel tortuoso cammino delle merci dalla fabbrica al consumatore ultimo sono una tentazione alla quale il tipico uomo d’affari non sa resistere.”

Un altro concetto espresso da Scumpeter che mina alla radice il sistema capitalistico con la sua evoluzione è quello dell’evaporazione della proprietà.

Le moderne aziende industriali proprio per le loro dimensioni hanno determinato questo fenomeno chiamato appunto“evaporazione della proprietà”.

Nelle aziende di grosse dimensioni, che faranno morire via via tutte le altre, sono individuabili tre gruppi di attori: gli amministratori, i dirigenti e gli azionisti.

I primi si identificano sempre più con i funzionari ed anche i pochi che si prendono a cuore gli interessi dell’azienda difficilmente fanno gli interessi degli azionisti, i dirigenti  dovrebbero agire come i titolari dell’azienda, ma in realtà non ne hanno ne la funzione né il comportamento specifico e spesso per la brevità del loro mandato limita ulteriormente la loro azione. Quanto agli azionisti, spesso questa loro attività rappresenta una fonte secondaria di reddito e sentendosi poco rappresentati e tutelati non l’hanno a cuore.

Schumpeter conclude che: “La proprietà smaterializzata, sfunzionalizzata, ed assenteista non esercita più il fascino tipico della forma ancora vitale della proprietà. Un giorno, non ci sarà più nessuno al quale veramente prema difenderla – nessuno all’interno e nessuno all’esterno, dei confini dell’azienda gigante.”

Vedendo i disastri compiuti da manager e banchieri negli ultimi anni, quel giorno sembra essere vicino!

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