L’Orrore Economico di Viviane Forrester – Un testo di drammatica attualità

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Quando nel 1996 apparve il saggio di Viviane Forrester “L’orrore economico” suscitò forti polemiche. I toni usati dalla scrittrice apparvero troppo duri, la condanna senza appello e senza distinzioni del mondo politico che continuava a negare l’irreversibile ed inesorabile perdita di posti di lavoro sembrò sterile, il grido di allarme della Forrester fu interpretato come un anatema verso la classe dirigente del mondo economico e finanziario. Nel 1996 l’avvento delle nuove tecnologie informatiche aveva creato un nuovo paradigma economico, la produttività era in costante aumento, come la produzione e la domanda di beni e servizi, il socialismo reale era stato sconfitto ed il capitalismo aveva vinto la sua battaglia garantendo un benessere economico ed una crescita senza precedenti, lo scritto della Forrester sembrò fuori luogo.

Viviane Forrester è autrice di romanzi  e di saggi su Virginia Wolf e Van Gogh, nonché critico letterario per Le Monde, il suo saggio “L’orrore economico” non è stato e non voleva essere un saggio economico, ma un atto di denuncia sociale nato da una certezza interiore a sua volta scaturita dalla sua sensibilità, dalla sua corretta visione del mondo e soprattutto dalla sua corretta analisi storico politica.

Nel 2013 il saggio della Forrester sembra essere stato profetico, nessuno può mettere più in dubbio la perdita di valore della stragrande maggioranza dell’umanità nei confronti di un’elite sempre più ristretta fatta di superburocrati, banchieri, manager e politici. L’uomo reso inutile dalle nuove tecnologie, espulso dal mondo del lavoro, non serve più al profitto….ed allora?

Rileggiamo la cruda realtà, con le parole della Forrester, quella misconosciuta dai leader di tutto il mondo, ma ormai sotto gli occhi di tutti, sarà facile poi trarne le conseguenze:

 “Ci sono stati, certamente, tempi di più amara desolazione, di miseria più aspra, di atrocità senza misura, di crudeltà infinitamente più ostentate; non ce ne sono mai stati di così freddamente, così generalmente, così radicalmente pericolosi.

Se la ferocia sociale è sempre esistita, aveva però dei limiti imperiosi, perché il lavoro prodotto dalle vite umane era indispensabile ai titolari della potenza. Non lo è più; è al contrario diventato ingombrante. E questi limiti crollano. Riusciamo a capire che cosa significa tutto questo? Mai l’insieme degli esseri umani è stato tanto minacciato nella sua sopravvivenza.

Qualunque possa essere stata la storia della barbarie nel corso dei secoli, fino ad oggi l’insieme degli esseri umani ha sempre beneficiato di una garanzia: era essenziale al funzionamento del pianeta e alla produzione, allo sfruttamento degli strumenti del profitto, di cui era parte. Altrettanti elementi che lo preservavano.

Per la prima volta la massa umana non è più materialmente necessaria, e meno ancora economicamente, al piccolo numero che detiene i poteri e per il quale le vite umane che si svolgono all’esterno della propria ristretta cerchia non hanno interesse, né esistenza – ce ne accorgiamo ogni giorno di più – se non dal punto di vista utilitaristico.

Il rapporto di forze, finora sempre latente, si annulla. Scomparse le barriere. Le vite non sono più di utilità pubblica. ed è precisamente in funzione della loro utilità relativa a un’economia diventata autonoma che sono valutate. Si intravede da dove spunta il pericolo, ancora virtuale, ma assoluto. “

Politicamente la perdita di valore delle singole vite umane e del diffuso disinteresse verso la loro sorte affiora dall’evidente disprezzo di chi comanda verso la massa dei cittadini, disprezzo a stento represso nelle parole, ma ormai evidente nei fatti. Le decisioni e le leggi approvate, almeno qui in Italia dove di fatto la sovranità non è più del popolo, passano sopra alle difficoltà economiche della stragrande maggioranza dei cittadini, si fa fatica a finanziare lo stato sociale, ma si trovano miliardi per rimpinguare le casse degli Istituti bancari defraudati dai loro manager.


 

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