Primo Levi e gli orrori teutonici mai espiati.

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Primo Levi e gli orrori teutonici mai espiati.

Primo Levi studiò chimica all’Università di Torino. La sua formazione scolastica fu a carattere scientifico e per tutta la vita si dedicò alla scienza ed alla tecnica oltre che alla narrativa.

Nel 1943, dopo l’invasione tedesca dell’Italia, Primo Levi si unì alla resistenza e partecipò alla lotta partigiana sulle colline piemontesi, ma fu catturato il 13 dicembre 1943 e successivamente, accertata la sua origine ebraica, fu spedito nel campo di concentramento di Auschwitz.

Il giovane Primo Levi fu attratto dalla scienza e studierà chimica, spiegherà che la decisione di studiare la materia fu presa perché, sotto il fascismo, questa non “puzzava” a differenza della storia e della letteratura evidentemente distorte dall’ideologia allora imperante in Italia.

Primo Levi dirà che la nobiltà dell’uomo deriva dall’essersi fatto padrone della materia, dopo secoli di studi, prove ed errori e che lui voleva rimanere fedele a questa nobiltà.

Nella compostezza delle sue parole e dei suoi testi il rigore scientifico è evidente e fu giudicato, dai critici letterari che per primi esaminarono la sua opera, inadeguato per uno autore di narrativa.

In prima battuta infatti il suo libro d’esordio “Se questo è un uomo”, che lo avrebbe poi reso famoso in tutto il mondo, fu rifiutato dagli editori cui fu proposto.

La compostezza delle parole ed il rigore scientifico usati per descrivere la ferocia e la violenza nazista perpetrata nei campi di concentramento, accese un dibattito tra i reduci di quella tragica esperienza vissuta nei lager tedeschi.

Ad alcuni superstiti sembrò che le parole di Primo Levi non esprimessero una vera e propria  condanna verso il popolo tedesco che aveva causato questa immane tragedia e che  lui stesso fosse propenso al perdono che per altro lo scrittore rigettò con decisione asserendo: “perdonare non è verbo mio”.

Ma anche se le parole di Primo Levi sono composte e mai sopra le righe, anche se dai suoi testi non trascende la rabbia e la disperazione di altri autori, la condanna del popolo tedesco che adottò quell’infame ideologia appare chiara ed inequivocabile.

In “se questo è un uomo”, ma anche in successive interviste ripeterà che gli ordini urlati dai tedeschi nei Lager, per i più incomprensibili, erano la causa prima delle percosse, dei maltrattamenti:

“Quei barbarici latrati dei tedeschi quando comandano, che sembrano dar vento ad una rabbia vecchia di secoli” ed ancora “Che altro potrebbero fare? Sono tedeschi: questo loro agire non è meditato e deliberato ma segue dalla loro natura e dal destino che si sono scelti”.

Quanto alla perizia usata nella distruzione morale e fisica dei prigionieri userà queste agghiaccianti parole : “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi. Eccoci docili sotto i vostri sguardi: da parte nostra nulla più avete da temere: non atti di rivolta, non parola di sfida, neppure uno sguardo giudice.”

Più avanti si leggeranno parole di condanna che non escludono nessun tedesco dalla responsabilità di quello che successe: “la colpa vera, quella collettiva, generale, di quasi tutti i tedeschi di allora, è stata quella di non aver avuto il coraggio di parlare” e quanto al precoce oblio voluto dalla comunità internazionale dirà che i tedeschi furono “riabilitati pochi anni dopo per uno spregiudicato gioco politico”

Scrivere ha aiutato senz’altro lo scrittore a convivere con la tragedia che aveva vissuto (ricordiamo che molti superstiti dei campi nazisti si suicidarono prima di lui, non riuscendo a rimuovere completamente quell’angosciosa e traumatica esperienza), ma nel febbraio del 1984 compare questa sua poesia, che suona come un sinistro segno premonitore:

 Indietro, via di qui, gente sommersa,
Andate. Non ho soppiantato nessuno,
Non ho usurpato il pane di nessuno,
Nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate alla vostra nebbia.
Non è colpa mia se vivo e respiro
E mangio e bevo e dormo e vesto panni.
 

Ed intanto il popolo tedesco è più vivo che mai, la sua coscienza è tornata a brillare ed insegnano a tutta l’Europa ciò che si deve e ciò che non si deve fare.


 

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