Ezra Pound il Vate!

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Ezra Pound in una foto del 1920

Francesca

Ezra Pound il vate!, l’artista scomodo etichettato e strumentalizzato da tutti.

 Il grande poeta Ezra Pound, scomodo al liberismo imperante di questi anni, viene ancora una volta chiuso in gabbia, emarginato o etichettato come fascista, quando invece il suo messaggio universale è più attuale che mai, i versi di Ezra Pound suonano infatti come un grido di disperazione in questo mondo che fa dello sfruttamento del lavoro, delle risorse del pianeta e dell’accumulazione del denaro, l’unico scopo dell’esistenza umana.

Sbaglia chi lo legge solo perché lo considera fascista e vuole trovare nelle sue parole la conferma ad un’ideologia politica che non c’è nella sua opera letteraria, sbaglia chi non lo legge perché lo considera fascista e si rifiuta di riconoscere il valore universale della sua poesia e del suo credo e sbaglia il giornalista e scrittore Pierluigi Battista del Corriere della Sera a sottolineare l’attaccamento al fascismo di Pound quando il suo era solo un sentimento di repulsione verso quel mondo del capitalismo trionfante che aveva distrutto l’America e rinnegato i valori dei suoi Padri fondatori, sentimento quanto mai diffuso e di sconcertante attualità.

Leggiamo queste due Poesie, la prima è un atto di denuncia contro il capitalismo e la finanza imperante che già negli anni trenta segnava un inesorabile declino dei valori dell’Occidente, dalla sensibilità del vate cogliamo un mondo perduto per sempre, immolato sull’altare del Dio denaro, dell’usura e del produrre per “vendere e vendere presto e con profitto, peccato e contro natura”.

USURA
 
Con Usura nessuno ha una solida casa
di pietra squadrata e liscia
per istoriarne la facciata,
con usura
non v’è chiesa con affreschi di paradiso
harpes et luz
e l’Annunciazione dell’Angelo
con le aureole sbalzate,
con usura
nessuno vede dei Gonzaga eredi e concubine
non si dipinge per tenersi arte
in casa ma per vendere e vendere
presto e con profitto, peccato contro natura,
il tuo pane sarà straccio vieto
arido come carta,
senza segala né farina di grano duro,
usura appesantisce il tratto,
falsa i confini, con usura
nessuno trova residenza amena.
Si priva lo scalpellino della pietra,
il tessitore del telaio
CON USURA
la lana non giunge al mercato
e le pecore non rendono
peggio della peste è l’usura, spunta
l’ago in mano alle fanciulle
e confonde chi fila.
Pietro Lombardo
non si fé con l’usura
Duccio non si fé con l’usura
né Piero della Francesca o Zuan Bellini
né fu “La Calunnia” dipinta con usura.
L’Angelico non si fé con usura, né Ambrogio de Praedis,
nessuna chiesa di pietra viva firmata :”Adamo me fecit”.
Con l’usura non sorse Saint Trophine e Saint Hilaire,
Usura arrugginisce il cesello
arrugginisce arte ed artigiano
tarla la tela nel telaio, non lascia tempo
per apprendere l’arte d’intessere oro nell’ordito;
l’azzurro s’incancrena con l’usura; non si ricama
in cremisi, smeraldo non trova il suo Memling
usura soffoca il figlio nel ventre
arresta il giovane drudo
cede il letto a vecchi decrepiti,
si frappone tra giovani sposi
CONTRO NATURA
Ad Eleusi han portato puttane
carogne crapulano
ospiti d’usura.
 

La seconda poesia è l’ormai famoso Testamento spirituale del vate,  è un atto di mesta quiescenza che esplora il percorso dell’uomo su questa terra, descrivendone la sua impotenza e la sua arroganza epistemica.

 
IL TESTAMENTO SPIRITUALE
 
Quello che sai amare rimane, il resto è scoria
quello che veramente ami non ti sarà strappato
quello che veramente ami è la tua vera eredità
il mondo a chi appartiene a me, a loro o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile elisio,
sebbene fosse nelle dimore d’inferno
quello che veramente ami è la tua vera eredità
strappa da te la vanità
non fu l’uomo che creò il coraggio, o l’ordine o la grazia
strappa da te la vanità ti dico strappala
cerca nel verde mondo quale luogo possa essere il tuo
per raggiungere l’invenzione o nella vera abiità dell’artefice
strappa da te la vanità ok strappala
il casco verde h a vinto la tua eleganza,
dominati e gli altri ti sopporteranno.
Strappa da te la vanità,
sei un cane bastonato sotto la grandine,
una pica rigonfia in un spasimo di sole,
metà nero metà bianco ne distingui un’ala da una coda.
Strappa da te la vanità,
come sono meschini i tuoi rancori intriti di falsità
strappa da te la vanità,
avido di distruggere, avaro di carità
strappa da te la vanità, ti dico strappala,
ma avere fatto, in luogo di non avere fatto,
questa non è vanità,
avere con discrezione bussato perchè un blent aprisse,
aver raccolto dal vento una tradizione viva,
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata,
questa non è vanità
perché qui l’errore è in ciò che non si è fatto,
nella diffidenza che fece evitare—
 

 

 

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