Omaggio ad una grande giornalista.

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In Russia, dove una cinquantina di famiglie di primo piano della nomenclatura si sono appropriate dell’enorme apparato industriale russo, si sono vissuti anni durissimi, durante i quali molto lentamente l’economia si è rimessa in moto, negli altri Paesi dell’ex blocco sovietico è successo presso a poco lo stesso, ma la difficoltà di passare da un sistema protetto anche se antidemocratico ad uno competitivo e selettivo sono state devastanti sul piano sociale ed umano.

In pochi hanno avuto il coraggio di scrivere il disagio di quelle generazioni che si sono trovate di fatto impreparate di fronte al “libero” mercato, gettate improvvisamente senza più alcuna tutela in mezzo ad una strada, derubate del loro posto di lavoro e delle aziende per cui lavoravano.

Migliaia sono state le vittime di quel cruento capovolgimento della società verso una economia liberista; vittime della droga, dell’alcolismo, dell’emarginazione, della criminalità, della corruzione dilagante.

La più coraggiosa cronista di quel passaggio storico è stata senza ombra di dubbio Anna Politovskaja, che denunciò le prevaricazioni, le ingiustizie, la violenza di quei drammatici anni.

Anna è stata barbaramente assassinata e nessuno ha avuto più il coraggio di tornare sull’argomento per indagare e scoprire i veri mandanti di quella terribile esecuzione.

Ecco, in un testo della giornalista, la situazione che si è venuta a creare in Russia nell’epoca post-sovietica e nella successiva era putiniana:

“Che cosa ci è successo? Ma cosa siamo diventati tutti quanti? Noi ex cittadini dell’Urss? Noi che avevamo tutti, più o meno, un lavoro fisso e uno stipendio regolare, a scadenze definite, noi con la nostra fiducia sterminata e inflessibile nel presente e nel futuro? Noi che credevamo che i medici dovessero per forza curare e gli insegnanti  insegnare? E senza che si sborsasse un soldo? Che vita è cominciata, per noi, quando tutto è scomparso? O ancora quale destino incombe su di noi? Come ci siamo distribuiti nello spazio postsovietico dopo un triplo salto mortale? Triplo, si e tengo a sottolinearlo. Il primo è stato quello della metamorfosi del singolo, parallela, è ovvio, a quella della società, con la caduta dell’Urss e con l’era El’cin, quando di colpo non avevamo più nulla, dall’ideologia al salame più scadente, dai soldi alla convinzione che al Cremlino ci fosse “un grande padre” che poteva anche essere un despota cattivo, ma che comunque si curava di noi. 
Il secondo è stato quello della crisi del 98. A partire da 91, anno dell’inizio effettivo dell’economia di mercato in Urss, molti di noi era riusciti a mettere da parte qualche soldo, e si era andata formando una classe media che poco aveva a che spartire con quella occidentale ma che tale restava, puntello della democrazia e del mercato.
Da un giorno all’altro ci ritrovammo con un pugno di mosche a ricominciare tutto da capo. Molti però erano stanchi di combattere e invece di risollevarsi finirono giù sul fondo per sempre.
Il terzo salto mortale infine, è stato quello di e con Putin.
Sullo sfondo la manovra di un capitalismo dal volto neo sovietico, modello economico sui generi dell’era del secondo presidente russo, un ibrido bizzarro fra le leggi di mercato, dogma ideologico e molto altro ancora.
Gli ingredienti sono forti capitali, un’ideologia di taglio marcatamente sovietico posta al loro servizio, un numero crescente di poveri. Fu subito chiaro, inoltre, che un vecchio ceto medio stava rinascendo a nuova vita: la nomenklatura, l’elite di governo, un anello fortissimo dalla catena di potere dell’era sovietica che stava marciando sui binari di un’economia a cui aveva saputo adattarsi in un batter d’occhio. I rappresentanti di questa nomenklatura hanno tutte le intenzioni di vivere nell’agio quanto i nuovi russi, ma ufficialmente ricevono stipendi ridicoli. Non ritornerebbero mai indietro ai vecchi tempi sovietici, ma nemmeno i nuovi soddisfano del tutto il loro desiderio di ordine e legalità, che la società chiede con sempre maggiore insistenza. Perciò perdono molto del proprio tempo ad aggirare la legalità e l’ordine costituito in favore del proprio arricchimento personale.La conseguenza è una rinascita assai rigorosa della corruzione, che con la nuova-vecchia nomenklatura Putiniana ha raggiunto vette inattingibili per i comunisti o per El’cin e compagni, una corruzione che stritola le piccole e medie imprese e la classe media con loro e sostiene e fa fiorire, cioè predilige quali erogatori di tangenti, i grandi e grandissimi gruppi e i monopoli para-governativi, che sono quelli che portano alla Russia le entrate maggiori, le più stabili e non solo ai manager e ai padroni del vapore, ma anche a chi nello Stato, offre loro protezione (e in Russia non si fanno grossi affari senza sponsor).
Sullo sfondo di tale e tanto sfacelo che nulla a che spartire con il mercato, la nostra nuova nomenclatura di partito, (hanno ricominciato a chiamarla così come in epoca sovietica) è rosa di una forte nostalgia per l’Urss e per i suoi miti e per i suoi fantasmi. Tenuto conto che Putin cerca di raccogliere attorno a sé e alla sua bandiera una pletora di ex (dunque di gente con esperienza di governo in era sovietica) il rimpianto è tale che l’ideologia al servizio del capitalismo Putiniano rimanda sempre più marcatamente a quella dei peggiori anni della stagnazione brezneviana, tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80 del novecento.”
Il testo è tratto da “La Russia di Putin” di Anna Politosvskaja edito da Adelphi (2005)


 

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