La scomparsa del lavoro

A line of jobseekers outside Monster.com job fair in Los Angeles

LA SCOMPARSA DEL LAVORO

IL FENOMENO INARRESTABILE CHE I POLITICI NASCONDONO

Dieci anni dopo “La fine del lavoro” di Jeremy Rifkin

Jeremy Rifkin scriveva nell’ormai lontano 2002:

“Lo spettro di milioni di agricoltori in tutto il mondo resi inutili e irrilevanti ai fini economici dal computer e dalla rivoluzione delle biotecnologie è profondamente preoccupante. E ancor più lo è alla luce del fatto che l’industria e i servizi, che hanno sempre assorbito lavoratori agricoli diventati ridondanti, stanno a loro volta subendo una trasformazione tecnologica che distrugge milioni di posti per lasciare spazio a un ambiente di lavoro re-engenierizzato, altamente automatizzato. Le multinazionali stanno entrando in una nuova era di comunicazioni in tempo reale, modelli di produzione leggera, marketing e distribuzione just in time, affidandosi sempre più a una nuova generazione di tecnici informatici. Una gran parte della forza lavoro umano è stata lasciata indietro e non attraverserà mai il confine che la separa dalla nuova economia globale ad alta tecnologia”

Il libro di Rifkin analizza minuziosamente la progressiva perdita dei posti di lavoro dapprima nel settore agricolo, quindi nell’industria pesante per passare poi all’industria manifatturiera e per finire, fenomeno attuale, nei servizi e nella pubblica amministrazione.

La progressiva perdita di posti di lavoro sta diventando endemica in tutto il mondo e non si sa più cosa fare di milioni di disoccupati che hanno bisogno di un reddito di sussistenza e dell’assistenza sanitaria.

La tecnologia e l’informatizzazione nel settore agricolo ed in quello manifatturiero e dei servizi cancellerà milioni di posti di lavoro anche nei prossimi anni: basti pensare che nel mondo almeno due miliardi e cinquecento milioni di individui sono  occupati in agricoltura  con mansioni facilmente sostituibili dalle macchine, questo imponente esercito di disoccupati non potrà essere impiegato nel settori industriale  manifatturiero come avvenne nell’ottocento in Europa e non potrà essere re impiegato nei servizi poiché anche questi due importanti settori della vita economica produrranno milioni di esuberi per effetto della robotizzazione dei sistemi produttivi e dell’informatizzazione dei servizi.

Nel suo libro Rifkin rimane tuttavia ottimista perché ritiene che attraverso la riduzione delle ore lavorate, una politica di redistribuzione del reddito e la creazione di nuove forme occupazionali, come quelle derivanti dalle associazioni di volontariato, sarà possibile alleviare gli effetti sul piano sociale della progressiva perdita di posti di lavoro nei settori economici tradizionali.

Dal 2002, anno in cui è uscito il libro di Rifkin, sono trascorsi dieci anni, durante i quali gli avvenimenti succedutisi,  che aveva comunque previsto anche l’autore del libro, hanno determinato non solo una crescente ed incontrollata disoccupazione, ma anche un progressivo indebitamento di gran parte delle Nazioni occidentali in particolare di quelle europee e degli USA.

Il livello di indebitamento raggiunto dalle Nazioni sta pregiudicando la possibilità di mantenere adeguate politiche di sostegno ed integrazione del reddito a chi viene escluso dal mondo del lavoro.

La situazione sembra davvero critica, il malcontento sta per esplodere, la delinquenza e la prostituzione dilagano e per chi viene emarginato dalla società e non è più in grado di procurarsi un reddito di sussistenza, sono spesso l’unica fonte di sopravvivenza.

Nel frattempo, mentre le Nazioni diventano sempre più deboli e povere, le potenti multinazionali che dominano il mondo diventano sempre più ricche pagando pochissimo dazio a quei Paesi che garantiscono il mercato per i loro prodotti.

Forse Rifkin non ha letto attentamente Karl Marx, probabilmente negli Usa è poco considerato, ma il vecchio e saggio filosofo, ora vituperato e strumentalizzato, aveva già previsto tutto e non era per niente ottimista sul capitalismo.


 

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